LA DEMOLIZIONE DEL JOBS ACT

A questi fattori se ne aggiunge uno altrettanto allarmante, che concerne la disciplina dei rapporti di lavoro nell’impresa. Una serie di fatti, alcuni già avvenuti, altri che promettono sviluppi nel medio termine, hanno indotto Apindustria Confimi Vicenza ad esprimere forte preoccupazione per l’idea che si debba riformare, superare, abrogare (in tutto o in parte) la regolamentazione legislativa sul lavoro costruita negli ultimi anni; in particolare quel riassetto abbastanza coerente e completo realizzato tra il 2014 e il 2015, chiamato comunemente Jobs Act.Il tema è stato oggetto nei giorni scorsi di un incontro, riservato agli imprenditori, promosso dal Presidente del Mandamento di Vicenza di Apindustria, Luigi Benincà, che commenta:“ Il problema è che questo è, o per meglio dire era, il sistema regolatorio più liberale e più avanzato che si fosse mai visto in questo Paese.
Un sistema che aveva l’obiettivo di rendere appetibili gli investimenti in Italia, di incentivare l’occupazione dei giovani, di ridurre le precedenti storture e il contenzioso giudiziale; il sistema, a nostro avviso, più vicino agli interessi dell’impresa e dei lavoratori che si fosse mai dato l’Itali e che più ci avvicinava agli altri Paesi europei. Demolire il Jobs Act significa dunque agire contro gli interessi dell’impresa e dei lavoratori, perché naturalmente si vuole tornare indietro”.
Che questa intenzione rientri nel programma dell’attuale Governo, al netto delle differenti sensibilità tra le due forze di maggioranza, è attestato nel “Contratto per il governo del cambiamento” che a pagina 29 recita: “Particolare attenzione sarà rivolta al contrasto della precarietà, causata anche dal “jobs act”, per costruire rapporti di lavoro più stabili …”.
Non a caso, il primo provvedimento del neonato Governo è stato un Decreto intitolato alla “dignità” dei lavoratori, in chiara contrapposizione alla presunta situazione “indegna” venutasi a creare con il Jobs Act.Il Decreto Dignità suggerisce che “tornare indietro” sia meglio: la stretta feroce sui tempi dei contratti a termine e della somministrazione e soprattutto la reintroduzione delle famigerate “causali” dopo i primi 12 mesi di contratto, riportano indietro di decenni la disciplina in materia. “Quale sarà – prosegue Benincà - il risultato? Intimorite dal contenzioso, è probabile che nelle aziende s’instauri semplicemente un maggiore turn-over tra i lavoratori meno qualificati, che non faranno più di 12 mesi di contratto, in barba alla “dignità” del lavoro; i primi dati empirici lo confermano. Vi sono altri segnali preoccupanti, perché la stampa riferisce della volontà del Ministro del Lavoro di riformare completamente la materia del Lavoro promulgando un Testo Unico in materia: prospettiva che sarebbe stata auspicabile, ma che – viste le premesse del Decreto Dignità - fa venire i brividi”.
Ma non è solo il Governo ad avercela col Jobs Act: anche la Magistratura ci mette del suo. Nella recente sentenza n. 194 del 08/11/2018, la Corte Costituzionale ha affossato uno dei pilastri principali del Contratto a tutele crescenti, introdotto nel 2015: ha infatti censurato la parte della norma che determinava in modo univoco il risarcimento del danno al lavoratore ingiustificatamente licenziato, prevedendo un’indennità crescente rapportata alla sola anzianità di servizio.
Viene dunque dichiarato incostituzionale proprio il criterio qualificante del Contratto a tutele crescenti (che lo portava nel nome), appositamente introdotto per ridurre i margini discrezionali del Giudice, consentire di stimare in anticipo il costo del licenziamento, scoraggiare le cause di lavoro che intasavano i Tribunali.

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