INFRASTRUTTURE: UN RITARDO DI ANNI CHE OCCORRE RECUPERARE

L’argomento infrastrutture è tornato al centro del dibattito pubblico a seguito della dialettica scatenatasi tra Governo e attori economici (ma anche all’interno del Governo stesso, dove le posizioni sono differenti) sull’utilità delle grandi infrastrutture e sull’ormai abusato concetto di analisi costi-benefici.
“La prima riflessione che faccio da cittadino, ancora prima che da imprenditore – esordisce Flavio Lorenzin, Presidente di Apindustria Confimi Vicenza – è che di alcune di queste opere sento parlare da decenni. Delle tratte TAV venete si discute da vent’anni e ricordo che ad oggi è già finanziata e approvata la tratta da Verona fino ad Altavilla e quindi manca solo l’ultimo tratto fino a Padova per vedere completata l’intera opera da Milano a Venezia; la Pedemontana Veneta è nel piano dei trasporti regionale dal 1990 ed il progetto risale a metà anni 2000, ma poi diciamocelo, oltre che ad essere indispensabile per snellire il traffico sulle nostre strade sul serio qualcuno pensa che si potrebbe lasciare com’è, con tronconi realizzati qui e là?
Poi c’è lo sbocco a Nord della Valdastico, previsto ancora dai progetti degli anni ’70, che veramente ci aprirebbe la porta dell’Europa. Oggi le nostre merci devono passare per Verona o fare la Valsugana e credo non servano commenti sui costi non solo in termini economici ma anche di inquinamento che la mancanza di queste infrastrutture causano al nostro territorio.
Con questa breve cronistoria voglio dire due cose: la prima è che se il completamento di queste è in alcuni casi ancora sulla carta, le colpe sono in buona parte in capo anche ai Governi e agli amministratori del passato. Sicuramente l’approccio dell’attuale Ministro delle Infrastrutture ha destato preoccupazione perché, da un governo “del cambiamento”, ci si sarebbe attesa una accelerazione al completamento e invece è parso che dietro allo scudo dell’analisi costi/benefici si nascondesse quasi la volontà di bloccare tutto. TAP e Terzo Valico hanno, alla fine, ricevuto il via libera perché una decisione in senso opposto avrebbe significato un danno ingentissimo e contrattualmente esplicitato per lo Stato, ma per noi è indispensabile che anche le nostre opere vengano completate e subito. Il secondo motivo per cui ho sottolineato quanto affondino nel passato le radici di queste infrastrutture è per rimarcare che il tempo per le riflessioni, le valutazioni e le congetture c’è stato, anzi vorrei dire che ce n’è stato fin troppo e che non solo il resto del mondo, ma il resto d’Europa marcia a velocità doppia, tripla rispetto a noi e non possiamo perdere altro tempo. I numeri sono impietosi: la nostra dotazione di infrastrutture è inferiore del 20% rispetto alla media europea e questo incide su tempi e costi dei nostri prodotti, quindi in ultima analisi sulla competitività delle nostre imprese. La viabilità su gomma è a livelli critici, qui a Nordest basti guardare al Brennero che è la nostra porta verso l’Europa. Il passaggio da gomma a rotaia,che comunque non può valere per la totalità dei trasporti, necessita di snodi intermodali, serve l’alta capacità, serve la possibilità di far viaggiare le merci con tempi definiti e comunque per attuarlo servono innanzitutto tempi certi e compatti.
Se i lavori per la TAV veneta iniziassero domattina, volendo essere ottimisti servirebbero almeno una decina d’anni per vederli completati! Non dieci mesi, ma dieci anni, quando qualche centinaio di km più a nord tratte analoghe vengono completate in metà del tempo. Quello che fa cadere le braccia è che non sono le maestranze teutoniche ad essere più brave, ma che il 50% dei tempi di realizzazione se ne vanno in “fermi” di tipo burocratico (autorizzazioni, eventuali ricorsi in itinere, etc.). Le nostre imprese quando realizzano opere all’estero dimostrano di essere tra le migliori al mondo per qualità e rispetto dei tempi. Perché in casa nostra dobbiamo sempre farle correre con i piedi legati?
Peraltro, pur di fronte a dati che paiono incontrovertibili, una parte del Paese si interroga sull’opportunità o meno che i Corridoi europei attraversino il nostro Paese; mi sembra che non si rifletta su cosa accadrebbe qualora decidessimo di non ospitarli. Riteniamo che trasportarle su infrastrutture obsolete fino al più vicino snodo del Corridoio sia economicamente sostenibile e corretto dal punto di vista ambientale? O non è forse vero il contrario? Se qualcuno ritiene che nei prossimi vent’anni il Veneto smetterà di essere un territorio a vocazione manifatturiera e che quindi non serviranno più infrastrutture a supporto delle industrie, che ci venga detto chiaramente! Ricordo sommessamente che le PMI manifatturiere hanno portato questo territorio al benessere negli ultimi cinquant’anni e ci hanno salvato dalla crisi negli ultimi dieci, nonostante da metà anni ’80 ne fosse stata predetta l’estinzione nel giro di qualche anno.”.
Anche sul tema delle infrastrutture immateriali Lorenzin ha qualcosa da dire: “I territori della nostra Regione sono coperti da banda larga e ultra-larga a macchia di leopardo. Ci sono ancora intere zone industriali ed artigianali che accedono ad internet con connessioni scadenti e assolutamente insufficienti rispetto alle esigenze di una impresa moderna. Essere 15-20 punti percentuali sotto alla media europea nella diffusione di connettività a banda larga è inaccettabile per un territorio produttivo come il nostro. Tanto di cappello alle realtà locali del settore ICT che hanno fatto e stanno facendo il possibile per colmare il gap, ma è chiaro che le iniziative di propulsione alla costruzione di una moderna rete di accesso ad internet vanno incentivate e, se possibile, accelerate, anche se sono eredità di una parte politica avversa”.
Vicenza, 21 dicembre 2018

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